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venerdì, febbraio 16, 2007

Nuove strade? Non servono basta riqualificare l’esistente

Nuove strade? Non servono basta riqualificare l’esistente.




Ma siamo sicuri che servano nuove strade nella Brianza meratese-casatese? La domanda può sembrare provocatoria soprattutto per quanti – e sono tanti – non perdono occasione per reclamare nuove infrastrutture e denunciare il collasso della viabilità. Eppure, se stiamo alla larga dai luoghi comuni, che peraltro spesso rimbalzano dai bar ai convegni di Confindustria, dobbiamo seriamente prendere in considerazione anche “l’altra” risposta possibile, ossia NO.

Per spingere sul pedale della provocazione aggiungiamo che eravamo e restiamo convinti della scarsa utilità del raddoppio ferroviario in corso. Oltre 400 milioni di euro per pochi chilometri di linea e qualche minuto, due o tre al massimo, di risparmio sui tempi di percorrenza (normalmente dilatati da 10-15 minuti di ritardo). Un territorio devastato che richiederà anni di tranquillità per tornare naturale, un paesaggio alterato da sovrappassi e sottopassi frutto di un progetto risalente alla metà degli anni settanta quando la tecnologia informatica che in Francia “guida” i treni a oltre 500 km/h era di là da venire. Eravamo e restiamo convinti che raddoppiando il binario a Osnago, con distanze massime fra una stazione e l’altra di 6 chilometri o, se si vuole, di 6 minuti, sarebbe stato possibile attivare un servizio guidato dai sistemi informatici di tipo metropolitano, risparmiando 2 o 300 milioni di euro e ferite gravissime al territorio.

E non vediamo, parimenti, come sia possibile realizzare nuove strade che abbiano una loro logica di lunga percorrenza. La Brianza meratese-casatese è ormai un agglomerato urbano punteggiato qua e là da piccole zone verdi - con al centro il polmone naturale del Parco di Montevecchia - nel quale i confini geografici fra un comune e l’altro sono quasi del tutto azzerati. Individuare un percorso per un’asse di una decina di metri di larghezza su entrambe le direttrici – nord-sud e est-ovest – diventa un problema di geometria complessa. Le ipotesi sulle quali si discute sono due: l’attraversamento della valle del Molgora da Olgiate a Usmate e l’interramento della 342 dir da Osnago a Calco. La prima ipotesi punta a captare il traffico proveniente da ovest, ossia dalla 342 precedentemente dirottato nella “variante dello Scarpone”. Ma a prescindere dagli incalcolabili danni ambientali lo “spazio” fisico sembra insufficiente a meno di realizzare gran parte del tracciato in sopraelevata. L’interramento appare ancor più un’ipotesi suggestiva, sì ma dopo aver ingerito un paio di bicchierini di grappa. I costi di realizzazione e poi di manutenzione sono altissimi e col barile raschiato dovremmo mettere all’asta il Parco del Curone per fare cassa. Ma, soprattutto, gli esperti sia della Provincia sia di Polinomia ci hanno spiegato che il 60-70% del traffico che proviene dalla tangenziale est è di tipo “locale”. Ossia si distribuisce nei paesi che si incontrano salendo verso il capoluogo. Quindi o si realizzano svincoli in uscita ed entrata ogni 2-3 chilometri oppure il tunnel rischia il sottoutilizzo. L’unico investimento che forse potrebbe produrre qualcosa di utile può essere il prolungamento della tangenziale Est fino alla statale 36, a Nibionno e dintorni anche fatichiamo non poco a “vedere” dove possa correre il tracciato.

Questa, secondo noi è la realtà, al di là degli strilli contro l’assessore di turno alla viabilità provinciale. Dunque? Dunque non resta che:

1) continuare con la politica varata da Villa Locatelli di desemaforizzare le strade principali sostituendo gli impianti con rotonde;

2) riqualificare tutte le arterie esistenti creando corsie per le svolte a sinistra in modo che l’auto ferma in mezzo alla carreggiata per svoltare non crei code alle spalle e “slarghi” sulla destra per consentire ai mezzi pesanti di fermarsi ogni tot chilometri e lasciare il passo alle vetture che seguono;

3) realizzare quei piccoli tratti, detti peduncoli, che in diverse parti del territorio possono congiungere due strade importanti in modo da “saltare” i nodi cruciali che abbiamo visto nel servizio di cronaca.

Naturalmente a margine, anzi no, al centro di tutto questo ci sta la politica urbanistica dei comuni. Fanno sorridere quei commentatori che l’altro ieri gridavano, non fermate l’edilizia residenziale per i nostri figli (!), ieri reclamavano nuove aree industriali e oggi, assieme ad alberghi, centri servizi, torri direzionali e attracchi sul lago chiedono più strade. Bisogna trovare un accordo, almeno con se stessi. C’è un limite allo sviluppo superato il quale caos e inquinamento debbono essere accettati come conseguenze delle proprie scelte. Noi siamo in questa situazione.

Il lavoro della Provincia limita i danni. Tocca però ai Comuni non vanificarlo.

Claudio Brambilla

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